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“Addio professore”, così Barumini saluta Giovanni Lilliu

Pubblicato da Redazione 22 Febbraio 2012
Il feretro di Giovanni Lilliu

«Erano giorni freddi quelli del marzo 1951. Avevo accompagnato il Professore a fare gli ultimi sopralluoghi prima di iniziare a scavare. Su, a monte Nuraxi ci lavorai per più di due mesi, spalando il fango, in metz’e su ludu, per mettere a nudo le pietre. Portando via i detriti dentro un carretto». Antonio “Ninu” Zedda sta per raggiungere gli 80 anni. Piccolo di statura sembra però ergersi come un gigante mentre sta appoggiato al muro di cinta esterno della chiesa dell’Immacolata Concezione. Ha gli occhi lucidi e vivi mentre lo sguardo sembra perdersi più in là in cerca di un orizzonte nascosto. Oltre il carro funebre e gli ulivi. Superando il museo di Casa Zapata, in direzione della grande Reggia sovrastata da nuvole scure che, mezzo secolo fa, venne alla luce grazie a quelli scavi rivelando così l’ascendenza antica e nobile della stirpe dei Sardi.

È qui il cuore segreto di un’isola e di un popolo che ancora ha difficoltà nel conoscere a fondo la propria storia mentre si interroga sul prossimo e incerto futuro.

A squarciare per primo il velo indicando possibili vie di riscatto fu proprio il “Professore”, Giovanni Lilliu, piccolo grande uomo di Barumini che in quel momento riposava in un feretro avvolto dallo stendardo dei Quattro Mori, deposto davanti all’altare della sobria ed austera chiesa a tre navate tardo gotica dell’Immacolata.

Maestro rispettato di conoscenza al quale sembrano essere dedicati per una strana coincidenza proprio i passi tratti dalla lettera di san Giacomo Apostolo, letti dall’ex Rettore Pasquale Mistretta.

Così recitano: «Fratelli miei, chi tra voi è saggio e intelligente? Con la buona condotta mostri che le sue opere sono ispirate a mitezza e sapienza. Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perchè dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzittutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera…».

Uomini e donne ascoltano in silenzio la forza di queste parole, seduti nei banchi o in piedi, affollando i corridoi che portano all’uscita.
Gente di paese e di città, umili e potenti. Gli uni accanto agli altri. Lavoratori, archeologi e docenti. E politici. Da Mario Floris a Renato Soru ed Emanuele Sanna, Tore Cherchi e Fulvio Tocco e tanti sindaci della zona con la fascia tricolore.

Parole, quelle di San Giacomo, che sembrano scelte apposta per ricordare l’opera e il valore degli studi del grande archeologo. «Solo chi sa essere piccolo e semplice è grande. Chi nel cuore possiede queste doti è capace di spartirle con gli altri e non tenersele per sè» chiosa con efficacia Don Aldo Carcangiu nella sua orazione. Il sacerdote sa scegliere con cura le frasi del ricordo. «Il Professore è un grande perchè è stato piccolo. E i piccoli sanno donare con cuore». Giovanni Lilliu – ricorda ancora – apparteneva «a una generazione di solide radici, con valori importanti come la famiglia e la solidarietà. Gente che sapeva cosa significava dividere il pane. Chi vive per i soldi può creare profitto ma non la bellezza. Queste sono le terre che il Professore ha amato e ci ha insegnato a conoscere ed amare».

E tale è il riconoscimento che giunge, anche a nome di tutti coloro a cui Lilliu insegnò il lavoro sul campo, dalla sua diletta allieva Giuseppa Tanda. «Lui è stato il Maestro – dice la studiosa, il caposcuola che ci ha lasciato in eredità un grande amore per la Sardegna».

Fuori dalla chiesa intanto è comparso il sole. Caldo e carezzevole accompagna il lungo e mesto corteo che si reca verso il cimitero all’uscita del paese per salutare il nostro ultimo Sardus Pater.

Fonte: La Nuova Sardegna

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